Shimon è un calzolaio hassidico che cuce suole mentre sogna l’assoluto, lacerato tra la famiglia, la comunità e il richiamo a un’ascesa spirituale che diventa vertigine del sublime. Inseguendo la Shekinah – il luogo della presenza di Dio – intraprende un viaggio interiore oltre che geografico, dall’Europa orientale fino a Tiberiade e al Monte degli Ulivi. Sulle ali della Shekinah è un poema epico che attraversa la Bibbia, la mistica del Tiqqunei ha-Zohar (Correzioni dello Zohar) – il testo fondamentale della Cabala ebraica – e la tradizione hassidica con la tensione di un romanzo. Un’opera che non archivia il sacro ma lo rimette in gioco con inquietudine moderna. Ogni tappa del cammino si apre con una domanda senza risposta: il divino si raggiunge precipitando in se stessi o sporgendosi sull’oltre? La terra promessa è all’arrivo o è il percorso stesso? Un poema che parla di estasi e dubbio, una lettura postmoderna della ricerca di tutto il popolo di Israele e di ogni essere umano, continuamente diviso fra l’esilio e la terra promessa.
Tra il 1956 e il 1964 Gershom Scholem tenne una serie di conferenze ai Colloqui di Eranos, ad Ascona, in parte rielaborate dall’autore e raccolte in questo volume pubblicato per la prima volta in Germania nel 1970. La sua straordinaria conoscenza della tradizione ebraica gli consente, in poche pagine, di costruire un’architettura tanto agile quanto chiara e approfondita dei concetti fondamentali dell’ebraismo, quali la concezione di Dio, la creazione, la rivelazione, la tradizione e la redenzione, e di seguire il loro sviluppo nella mistica ebraica. In questa nuova edizione, l’ampia e documentata introduzione di Saverio Campanini ricostruisce la vicenda editoriale del libro cogliendo uno degli aspetti più sofferti per Scholem: il rapporto con la lingua madre. Dopo la scelta del filosofo di vivere in Israele e la rinuncia alla cittadinanza tedesca, in equilibrio sul filo dell’identità era anche lui fra quanti «sanno di essere scrittori di lingua tedesca, ma di non essere “tedeschi”», come scrisse riferendosi a Freud, Kafka e Benjamin.
Con Il fuoco si accende si chiude la trilogia di Jean Cayrol, Vivrò l’amore degli altri. Il lettore ha seguito il percorso erratico di Armand per le strade devastate del dopoguerra nel primo volume della trilogia, nel secondo l’ha vistoapprodare in uno spazio domestico dove lentamente scopre le forme di una vita emotiva, imitando, prima, l’amore degli altri e sperimentando poi la forza di una passione personale. Dall’esperienza della parola come unico principio di realtà, il protagonista raggiunge infine la conquista della coscienza. Ora è finalmente pronto a rifiutare la disperazione, a consegnarsi a una realtà piena di amore per la vita e a farsi autore della propria esistenza.
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