Promulgata il 7 dicembre 1965, alla vigilia della chiusura del concilio Vaticano II, la dichiarazione Dignitatis humanae non fu un atto di resa della chiesa al mondo moderno, ma il suo più grande atto di fiducia nell’uomo. Lo intuì il vescovo di Bruges Emiel-Jozef De Smedt, tra i principali estensori del testo, quando annunciò ai padri conciliari che la dichiarazioneavrebbe aperto «nuove vie al libero esercizio della religione nel mondo». Si chiudeva così la stagione della cristianità imposta per legge e si apriva quella della testimonianza offerta per amore: una sfida che, sessant’anni dopo, restala più attuale per il cristianesimo. Il volume raccoglie i contributi di tre specialisti della materia: Selene Zorzi ripercorre lastoria biblica e teologica del riconoscimento della dignità umana a partire dall’imago Dei; Paolo Trianni indaga le radici, le fonti e i nodi problematici della dichiarazione conciliare; Paolo Naso rilegge Dignitatis humanae alla luce del nuovo pluralismo religioso e della costruzione della pace.
A sedici anni dalla prima edizione, Orietta Ombrosi rilegge e aggiorna il saggio che ha accompagnato la formazione di giovani studentesse e studenti di filosofia nel loro accostarsi al pensiero di Emmanuel Levinas. Il libro che nasce da questa rilettura appare come una disamina rivista e meditata delle catastrofi storiche del Novecento che risuonano, si riverberano e si rinnovano nel nuovo millennio. Il «fiasco dell’umano» diventa così il «fiasco del politico», la crisi di un sogno, quello europeo, sul quale si allungano le ombre di una cattiva coscienza: «la coscienza dell’immoralità». La strada è dunque davvero senza ritorno? È ancora nell’«umano», e nell’«umano» di Levinas, già da sempre votato all’altro, che Ombrosi individua nuovi, ma quanto mai antichi, sentieri di convivenza, capaci di condurre a spazi e orizzonti di umanità rimasti illesi.
Quella della frontiera adriatica è una storia di ferite non rimarginate. E il sangue negli ultimi anni è stato la ragione, quando non il pretesto, per fare della memoria della violenza un’arma politica e, sempre più spesso, ha trasformato il dibattito istituzionale in dolorosa mistificazione. A partire da questa lacerazione Gianni Cuperlo ha scelto finalmente di attraversare una storia che è sua da tanti punti di vista: di triestino, italiano, antifascista, comunista. Le pagine che ne sono emerse sono trasparenti e irradianti come cristallo: capaci di tenere insieme l’esperienza personale e un’attenta bibliografia. Così la frontiera ferita non è solo quella che attraversa il confine tra italiani e slavi, ma è il margine della stessa coscienza europea, segnata da una serie di conflitti che hanno permesso di costruire una democrazia internazionalista oggi chiaramente in crisi, ma che sta a noi continuare a immaginare.
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